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giovedì 5 novembre 2009

A grande richiesta...



..."Nun Sense" & "Nun Chako"!

P.S: nun significa suora in inglese...

mercoledì 4 novembre 2009

Halloween

Se c'è una "festa" che in Italia ho sempre odiato, quella è proprio Halloween. Il perché è presto detto: non è una festa. Si è cominciato a parlare di Halloween in Italia solo negli ultimi anni, quando è esploso il consumismo. Una festa in più = soldi in più. L'equazione è lineare, pulita, lapalissiana direi. E a me le feste motivate solo dai soldi mi fanno cagare. Sì, cagare. Questo è il mio blog, posso usare le parole che voglio. Cazzo, merda, fica-rotta (cit). Basta col politically correct, ci ha rotto il cazzo!

Chiusa la parentesi sul linguaggio, torniamo ad Halloween. In Italia è una pseudo-festa, proprio come S. Valentino. E' solo un po' più recente. Il discorso cambia quando ci si sposta nella terra di Sam. Qui Halloween è sentito dalla gente. Partono quasi un mese prima, addobbano la casa e il giardino (e il dipartimento in università) di gadget-strunzete, tanto che a confronto S. Pietro è praticamente un ammasso di muri spogli, senza decorazioni. Ma qui ci credono davvero! Per loro Halloween è una festa che ha un significato: è la notte degli spiriti, che gli americani, ironizzando sulla morte e facendo festa, mantengono lontani per un altro anno. Almeno questo è quello che ho capito.
Poi, indubbiamente, questo forte attaccamento ha portato ad una alta commercializzazione di addobbi, vestiti e stunzete varie. Ma se dietro c'è una storia, un motivo per la festa, allora ha più senso. E lo accetto.

Quest'anno ho vissuto l'emozione di "festeggiare" Halloween. Per l'occasione mi sono travestito da suora insieme con un mio amico e siamo andati ad una festa. La serata è stata divertente, all'insegna del battesimo alla vodka (operato dalle due suore "nun sense" e "nun chako"), della birra alla spina e della musica. Riguardo al vestito, la maggior parte della gente per Halloween si traveste da morto, zombie, assassino, spiritello vel similia. Ma dato che l'obiettivo è far festa, ridere, scherzare per tenere lontani gli spiriti cattivi, va bene anche vestirsi da qualunque altra cosa. E così fanno in tanti. E così ho fatto io. Ma voglio far notare che il travestimento da suora è comunque più vicino al tema "oltretomba" di un travestimento da infermiera vogliosa e prosperosa (che tra l'altro ha già vinto la speciale e ambita coccarda "travestimento per l'anno prossimo"). Alla festa, poi, ho visto mille e uno travestimenti. Chiudo questo penoso post citando due tra i travestimenti che più mi hanno garbato:

- magnetic man: con del filo, un ragazzo si è legato al vestito (blu sotto e rosso sopra...) un po' di attrezzi metallici, tra cui un cavatappi, una forchetta, un paio di altre posate e altri oggetti non meglio identificati.
- il pippatore: non ho capito se si riferiva a qualche scandalo recente nella società americana (mi pare di sì, ma non ho afferrato quale), fatto sta che quest'uomo (vestito normale) si aggirava per la casa con un sacchetto di polvere bianca e il naso leggermente imbiancato.


martedì 29 settembre 2009

On the road to Florida

Sabato scorso sarei dovuto andare a fare rafting in Tennessee. Purtroppo l'evento è saltato causa problemi non meglio identificati nella fase organizzativa ed è stato rimandato a tempo indeterminato. Lo sconforto era enorme. Rafting è una delle esperienze che voglio aggiungere al mio bagaglio personale già da parecchio tempo. Ma per mia fortuna, venerdì pomeriggio alle 4 si presenta nel mio ufficio Umberto (uno dei miei colleghi di dottorato italiani) e mi propone un fine settimana in Florida. Partenza venerdì sera ore 8. Tempo impiegato per dire sì: 20 secondi. Giusto il tempo per fare mente locale su quanti soldi mi erano rimasti e appurare che ammontavano a un centinaio di dollari, cifra ragguardevole e più che sufficiente per lanciarsi in siffatta avventura.

Detto, fatto, venerdì sera siamo partiti io, Umberto e Julia (una vicina di casa Russa) alla volta del profondo sud. Prima tappa Valdosta, dove un'amica di vecchia data di Julia ci ha ospitato per la notte, per poi aggregarsi all'allegra combriccola il giorno seguente, alla volta di Jacksonville e dintorni. Alla voce Valdosta nel mio personale diario metto un bel +, dovuto al superbo croissant alla marmellata di lamponi e formaggio che mi sono sparato per colazione sabato mattina.

Sabato a mezzogiorno circa siamo arrivati a Jacksonville, più precisamente a Fernandina Beach (leggermente più a nord). Dopo un bagno nel mare e un pranzo a base di pesce, ci siamo diretti verso nord, destinazione Cumberland Island National Seashore. Lì abbiamo visitato un forte sulla costa, immerso nella foresta e abbiamo anche fatto una passeggiata into the wild, con un cartello che metteva in guardia i turisti contro possibili incontri con simpatici animaletti...



Oltre ai simpatici alligatori, altri cartelli sottolineavano la presenza di armadilli, linci, serpenti e picchi. Purtroppo l'unico animale che siamo riusciti a vedere è stato un armadillo, di cui però non siamo riusciti a scattare una foto decente (evito di farvi vedere la foto che abbiamo fatto, che somiglia più a un "find it" che a una prova).

La dura avventura ci ha segnato parecchio, tanto da costringerci tutto il pomeriggio in spiaggia, facendo il bagno, cavalcando le onde e prendendo il sole. A onor del vero l'acqua non era limpidissima, era piuttosto piena di alghe, ma l'ambiente era stupendo, immerso nella natura selvaggia, lontano dal casino della città. Penso che poche cose nella vita possano pareggiare l'emozione di un tramonto in spiaggia (anche se non sul mare, dato che era la costa Est), col vento che soffia, le nuvole che dipingono strane forme nel cielo e i gabbiani che volano planando sull'acqua, sorretti dal vento, dalle correnti, dall'istinto.






La sera, dopo esserci sistemati in un motel (sì, ora posso dire di aver anche dormito in un motel americano) ed esserci lavati, siamo andati a Jacksonville, dove abbiamo trovato una festa, con musica dal vivo, ma soprattutto...margarita gigante a 4 $!!! Dopo un hamburger pesantissimo e una doppia margarita (singola per Umberto che guidava), abbiamo girato un po' per la città, che offre degli scorci davvero bellissimi, grazie anche al mare che vi si insinua dentro e ai ponti costruiti su di esso.









Il giorno dopo abbiam fatto rotta verso la Timucuan Ecological and Historical Preserve, altro parco naturale, altra spiaggia lontano dal mondo civile, immersa nella natura, tra alberi, canne al vento e gabbiani. Anche qui, bagno, relax e abbronzatura sono state le parole d'ordine. E direi che in tutti e tre i campi siamo riusciti a dare del nostro meglio...

E infine siamo tornati a casa, passando per Valdosta dove abbiamo lasciato l'amica di Julia (per la cronaca, Anastasia). In tutto ci siamo sparati circa 900 miglia (1400km) in due giorni. Ma me sparerei subito anche il doppio per vivere un fine settimana come quello che ho appena passato.

Purtroppo in certi casi credo che le foto non rendano giustizia alla pace e alle emozioni che sanno trasmetterti certi paesaggi e certi viaggi. Mi spiace che le foto che ho riportato non bastino a far capire a fondo questi stati d'animo.
Ma vi ricordo che per i prossimi 3 anni (almeno) sarò qui, quindi un modo per scoprirlo lo avete...

domenica 20 settembre 2009

Baseball fever.

Da un mesetto a questa parte ho cominciato a seguire la Major League Baseball, ossia la serie A del baseball americano. E' l'unico tra gli sport americani (baseball, basket e football) che eserciti attrazione su di me. In realtà la MLB è un po' complicata, in quanto è composta di due leghe, l'American League e la National League, ed ogni lega è divisa in tre divisioni, East, Central e West. Ogni divisione è composta da 5 squadre (tranne la Weast dell'AL che ne ha 4 e la Central della NL che ne ha 6), quindi in totale fanno 30 squadre nella MLB.
Ogni squadra gioca una quantità mostruosa di partite, contro le squadre della propria lega (non solo contro le squadre della propria divisione). Si gioca quasi tutti i giorni e per ridurre gli spostamenti si disputa per tre giorni di fila la stessa partita e nello stesso stadio. Il punteggio in classifica è costituito dal numero di partite vinte (dato che nel baseball non esiste il pareggio; in caso di parità dopo il nono inning, si procede ad oltranza, un inning per volta). A fine stagione le prime di ogni divisione più la miglior seconda di ognuna delle due leghe accedono alle finali, meglio note come World Series.
Questo in poche parole è il meccanismo di funzionamento della Major League.

Atlanta ha una squadra in MLB, i Braves, che militano nella East division della National League. Quest'anno non stanno andando male, anche se le chances di qualificarsi per le World Series sono perfino minori a quelle che avrebbe la figlia di Fantozzi di vincere Miss Italia. Ciò nonostante a una dozzina di partite dalla fine hanno già 7 vittorie in più di quelle totalizzate nell'intera scorsa stagione.
Nell'ultimo mese ho seguito su internet buona parte delle partite dei Braves, sul sito della MLB. Niente immagini, viene solo riportata una cronaca di quello che sta succedendo, insieme ad alcune statistiche (quali ad esempio velocità di lancio, tipo di lancio, etc.) Tra l'altro, il sito della MLB (www.mlb.com) contiene un database pazzescamente enorme. Non penso che un paio di floppy disk (di quelli ancora da 512k con un solo buchino laterale) bastino per contenerlo tutto...

La scuola di dottorato di Emory ha procurato alcuni biglietti a prezzo stracciato (10$, che includevano ingresso e 10$ di cibo; in pratica si pagava 10$ di cibo e si entrava gratis). La partita in questione era Braves - Phillies. I Phillies sono la squadra di Philadelphia e, by the way, sono i campioni dell'ultima edizione delle World Series da quanto ho capito, quindi non sono proprio gli ultimi degli stronzi...
Beh, fatto sta che mi sono preso un biglietto. Eravamo io e altri dottorandi del dipartimento di matematica. Un bel gruppetto. La partita iniziava alle 7.05, ma siamo arrivati con qualche minuto di ritardo perché il ragazzo che doveva prendere la macchina aveva dimenticato il biglietto a casa... Ma non fa niente, ci siamo solo persi una spettacolare presa al volo di Martin Prado. Tra l'altro ho poi scoperto che mentre io ed Hernando eravamo a prenderci da mangiare all'inizio del terzo inning, lo stesso Prado ha fatto un'altra spettacolare presa al volo. Evidentemente non gli stavamo simpatici.



Ciò nonostante siamo riusciti a vederci una bella partita, vinta dai Braves per 6-4. A dir la verità hanno un po' rischiato, dato che conducevano 6-0 fino al nono inning, dove i Phillies hanno fatto 4 punti e sul 6-4 avevano ancora due basi cariche e quindi la possibilità di passare in vantaggio con un home run (eventualità non tanto remota, dato che il lanciatore dei Braves che è entrato nel non inning era più straccio di me che non ho mai giocato). Sarebbe stato un finale davvero interessante...

Ma la nota della giornata va all'American Style. Niente di preciso, ma nella fattispecie tutto. Dai maxischermi enormi alle musichette da stadio, dagli spettatori ai giochini proposti tra un inning e l'altro, tra cui senza dubbio spicca la "corsa degli attrezzi", in cui 4 uomini travestiti da attrezzi (martello, trapano, cacciavite e non mi ricordo cos'altro) fanno mezzo giro di campo e uno spettatore selezionato dal pubblico deve indovinare chi arriverà primo, per vincere un buono spesa di qualche decina di dollari.
Ma è difficile descrivere a parole. Gli americani sono proprio americani e nessun blog potrà mai raccontarlo bene. Per capirlo bisogna venire qua e vederseli intorno tutto il giorno. Anche alla partita di baseball.

venerdì 11 settembre 2009

Bilancio di un mese americano.

Con oggi è un mese che sono ad Atlanta.

...pausa riflessiva...

Un mese. Un mese non è tanto. Sono 31 giorni (perché agosto ne ha 31). 744 ore. 44640 minuti. 2678400 secondi. A dir la verità un po' meno, dato che sono arrivato circa alle 8 di sera dell'11 agosto e adesso è da poco passata mezzanotte. Quindi vedete, non è tanto che sono qui.
Pur tuttavia questi 31 giorni mi hanno cambiato. Per prima cosa c'è da dire che mai nella mia vita ho passato un mese lontano da casa. Mai. Ogni vacanza è durata non più di 3 settimane. Quando studiavo a Milano, il weekend ero sempre a casa. Beh, qualche weekend non sono tornato, ma certo non per 4 volte di fila!
Un mese lontano da casa è comunque già sufficiente per vedere cambiato il proprio stile di vita. Cibo, vestiti, affitto, lavatrici, pulizie... Ogni giorno ci devi pensare tu. TU. Certo, anche chi vive in appartamento per l'università durante la settimana ha di questi problemi (e li ho avuti anch'io), ma quando il weekend torna a casa, ci sono i genitori che pensano alla spesa, alla macchina, alle pulizie. O almeno in parte. Vivere da solo 7 giorni su 7 è davvero tutta un'altra cosa. Intendiamoci, non è una mission impossible, ma ti cambia profondamente. Tutti, si spera, ci passano prima o poi e adesso posso dire di esserci passato (e di starci passando tuttora...scusate l'espressione cacofonica) pure io. Anche se ancora devo trovare i ritmi, i tempi giusti. Ma credo di avere tutto il tempo per imparare nei 3-4 anni che ancora mi attendono qui nella patria dello zio Sam.

Ma bando ai discorsi filosofici e generali (non che generalistici) e veniamo alle esperienze più personali. Come sono stati i primi 30 (o 31, che dir si voglia) giorni ad Atlanta? Tagliamo la testa al toro: sono andati bene. Meglio di quello che pensavo.

Innanzitutto, come ho già detto in un post precedente, la qualità del cibo, grande spauracchio di molte persone allorquando (oggi sono proprio in vena forbita) si parla di America, non è male. Intendiamoci, io trovo sublime un kebab pesantissimo con doppio ripieno di cipolle e ritengo un capolavoro di arte culinaria il panino salamella-cipolla-doppio peperone che il merda di turno ti rifila fuori dalla discoteca o fuori dallo stadio, quindi forse non sono la persona più adatta a giudicare la qualità del cibo. Ma le marmitte ai ferri o le "puppette di medda" fanno schifo pure a me. Ciò nonostante ho gradito il cibo americano (soprattutto quello aggratis, ma questa è un'altra storia) e, udite udite, ho persino gradito una (perché una ne ho provata) delle salse da barbecue che mettono sulla carne. Certo, uno spiedo di mio zio o una pasta fatta da mia madre batterebbero qualunque piatto americano anche se i giudici avessero il naso tappato e le papille gustative dilatate (cit.), ma forse è solo questione di gusti. Del resto, non si può pretendere che i sapori siano gli stessi (e per fortuna!). Ma sono di una diversità che è comunque buona o, quanto meno, commestibile.

Anche la lingua comincia a essere più familiare ora. Certo, non la parlo come David Letterman o Morgan Freeman, ma devo dire che a volte mi sorprendo a fare frasi relativamente lunghe senza fermarmi per pensare a come si dice in inglese una certa parola o una certa espressione. Per me questo (l'assenza di pausa ogni 5-6 parole per pensare a come tradurre le seguenti) è il segno che la lingua sta cominciando ad essere assorbita. Ancora meno problemi li ho nell'ascoltare. Non perché il mio vocabolario si stia ampliando "a buso", ma perché riesco a decifrare in tempo reale alcuni suoni emessi dalla popolazione indigena, o ancora peggio dagli stranieri che paiono aver sviluppato una loro propria versione dell'inglese. L'unica versione dell'inglese ancora quasi completamente a me oscura è quella parlata dagli African-Americans (guai a chiamarli black o Afro-American, sarebbe come dir loro "negri"!). Io mi sforzo e qualche passo avanti l'ho pure fatto (spero); ma la loro pronuncia è davvero complicata e devo sempre chiedere di ripetere almeno una volta. Ma per essere il primo mese, non posso lamentarmi. Del resto, anche qui, ho abbastanza tempo davanti per imparare.

Il capitolo università. E' davvero un ottimo ambiente. L'organizzazione è molto buona e molti professori sono di ottimo livello. I corsi che sto seguendo sono interessanti in linea di principio, ma piuttosto noiosi in pratica, in quanto due di essi (per i curiosi, Complex Analysis e Partial Differential Equation) ricoprono argomenti già ampiamente visti. Li ho scelti principalmente perché ero obbligato a seguire tre corsi, oltre al fatto che speravo che, essendo trattati da professori completamente diversi da quelli che ho avuto a Milano, mi facessero vedere le cose da un altro punto di vista. Invece, più o meno, siamo sempre lì. Il terzo corso invece (sempre per i curiosi, Matrix Analysis) è più interessante, in quanto mi permette di approfondire un ambito poco sviluppato nel mio passato accademico; tra l'altro un ambito che potrebbe rivelarsi molto importante per le applicazioni numeriche che dovrò studiare nella mia ricerca. Ai tre corsi si aggiunge il corso di inglese che devo seguire per i motivi spiegati in un precedente post.
Ma i corsi non sono l'unico impegno accademico. Essendo stipendiato e finanziato dalla Graduate School (la scuola di dottorato, potremmo dire), mi tocca ricambiare facendo Teaching Assistantship, ossia assistenza alla didattica. In particolare, due ore la settimana devo aiutare studenti dei primi corsi di analisi (ah, quanti ricordi..."vado?"-"vada!", cit.) che hanno problemi e si presentano con esercizi o nozioni che fanno fatica a digerire. In più devo anche fare 2 ore di ricevimento e valutare i quiz (delle prove settimanali o bi-settimanali assegnati in classe agli studenti e poi tenuti in leggera considerazione per il voto finale) per un altro corso di analisi (il cui docente, per altro, è pure italiano, dello stesso gruppo di ricerca di cui faccio parte io...e si chiama Luca pure lui!).

Lo so, lo so. "E le ragazze?", starete chiedendovi voi, vero? Beh, diciamo che da quando sono riprese le lezioni, il campus si è ripopolato e, come ci insegna la legge dei grandi numeri, qualche bella ragazza ha fatto capolino (scusate, ma volevo usare una volta nella mia vita quest'espressione) nelle aule dell'università. Ovviamente, nessuna di queste fa corsi con me o divide con me l'ufficio. Ma devo dire che il discorso non mi tocca più di tanto. Non per fare l'asceta o il monaco casto, ma al momento non sento la spinta primaverile e iuvenile verso l'altro sesso. Niente bisogni animali di accoppiamenti selvaggi con stallone americane, quindi, né agguati serali a inconsapevoli vittime. Ma, in ogni caso, le ragazze carine non mancano e questo non può che portare un bel + sul registro all'università.

Bene, direte voi, quindi lì va tutto bene, nessun problema, avanti così!...Sì, è vero, le cose vanno bene e spero continuino così. Ma la nota negativa c'è sempre. E come avrete intuito, è la mancanza di casa, della famiglia, degli amici, delle persone care. È come un vento che comincia a soffiare la sera e diventa impetuoso prima di andare a dormire. Ci sono persone che sono entrate (chi prima, chi dopo) nella mia vita e so che non ne usciranno mai, volenti o nolenti. So che 10000 (o quello che sono) km di distanza non ci separano totalmente. Pur tuttavia, certe sere pagherei di tasca mia per averli in parte anche solo un'oretta (anche se so che non mi basterebbe), per parlare, per abbracciarli, per ridere insieme, per berci un pirlo, per giocare a super scopello, per guardarci un film (ok, in questo caso servirebbe un po' più di un'ora), per passare, come sempre è stato, bellissime serate. E ci sono persone la cui mancanza è forte, quasi struggente. Persone con cui ho condiviso tanto e che non sanno quanto mi piacerebbe riavvolgere le lancette del tempo per poter rivivere quei momenti. Ma poi penso che riavvolgendo il tempo dovrei rivivere la separazione, l'addio. E allora torno a concentrarmi sul presente, cercando di viverlo al meglio, ma sempre con un occhio (facciamo due, va') al tempo che mi separa prima di poter rivedere quel viso o quel sorriso o quella faccia da pirla.

Cumpà, vi porto tutti qua, dieci centimetri sotto la spalla, quella sinistra. Un mese è passato, ma per me nulla è cambiato. Siete sempre le persone più care. Siete sempre casa mia.

In fede, dott. Ing. Bertagna

giovedì 3 settembre 2009

Come promesso...

...qualche foto!




La visuale di alcune case del mio complesso dalla vetrata del soggiorno.






Eccolo, il soggiorno, con la vetrata che dà sul resto del complesso. Qui era ancora vuoto, anche se...







...ora c'è dentro un divano! E...













...una lampada da soggiorno!














Questa invece è la cucina...










...arredata con un bellissimo tavolo dell'IKEA!









La mia scrivania...












...sopra la quale ho appeso alcune foto dei miei amici, per averli vicino nei momenti di cazzegg...ehm, di studio.











Già, scoiattoli nel vialetto dietro casa. Non è raro incontrarne...









Con Hernando, il mio coinquilino.

lunedì 31 agosto 2009

Acquisti fai da te?

Mi serviva una webcam per poter videochiamare genitori, amici e parenti in Italia. Dato che non conosco (ancora) nessun negozio di elettronica qui vicino e dato che qui comprare la merce su internet è pratica comune e quindi conveniente, mi sono adeguato al sistema.

Premessa: io ho un computer simpaticissimo, con un hard disk i cui driver non sono presenti sul cd di windows xp. Di conseguenza, da quando ho formattato, non sono più in grado di installare windows e utilizzo solo linux (Ubuntu, per la precisione). Non mi lamento comunque, perché Ubuntu è un ottimo sistema operativo. Certo però che le cose funzionano un po' diversamente e spesso bisogna girovagare su siti e forum vari per capire come si fa una certa cosa (ma accade sempre più raramente oramai e sempre per bisogni molto specifici, per i quali avrei probabilmente bisogno di supporto anche sotto windows). Per questo mi sono subito informato sulle webcam per linux. Ma mi sono tranquillizzato quando su un sito di aiuto per linux ho trovato la frase "almost all of the webcam simply work under linux, plug and play, just out of the box", o qualcosa del genere, il cui significato è più o meno "quasi tutte le webcam semplicemente funzionano in linux, basta collegarle senza bisogno di fare null'altro".

Conscio di questa "superiorità" di linux, mi sono lanciato sul web alla ricerca di una webcam, facendomi dare da Hernando il nome di un paio di siti su cui cercare. Ma non mi andava di spendere molti soldi. Alla fine è solo uno strumento per farmi vedere mentre parlo, non è una parte essenziale del computer. Per questo sono andato non dico proprio alla ricerca del più economico, ma quasi. Ed ho trovato una webcam perfetta: quasi tutti i commenti erano positivissimi e il prezzo era davvero stracciato. "L'ho trovata!" ho subito pensato.
Ovviamente ho dato un'occhiata anche ad altre webcam, anche su altri siti. Ma nessuna batteva la mia preferita, la mia creaturina. Già la sentivo mia. Perciò ho proceduto al pagamento. Circa 20$, spedizione inclusa. Click. Fatto!

Dopo 5 giorni circa mi sono visto il pacco recapitato sulla porta di casa e, dopo aver posato le borse della spesa, mi sono precipitato a provarla. A stento ho trattenuto un sorriso di sfottò vedendo il cd di installazione: "tzé, quella è roba per plebei utilizzatori di windows, neofiti che ancora non hanno fatto il grande balzo verso linux".

Sapevo che ci sarebbe voluto un po' prima di riuscire a farla funzionare, ma non era certo questo a fermare il mio entusiasmo! Cavolo, avevo fatto un affare, cosa mai erano alcuni minuti di concentrazione a fronte di un siffatto colpaccio? Se non che, dopo circa mezz'ora di infruttuosi tentativi, tra cui annoveriamo anche l'aver comunque provato a utilizzare il cd di installazione dei driver (che erano ovviamente solo in versione windows), sperando sortisse qualche non meglio precisato effetto, ho cominciato a insospettirmi. Sono dunque andato a ricontrollare l'ordine che avevo fatto e questa è stata la riga che mi è subito balzata all'occhio:

Operating Systems Supported: Windows 98SE/ 2000/ ME/ XP/ Vista

"Almost all the webcams simply work under linux"...Chissà dove works tua mamma...