Con oggi è un mese che sono ad Atlanta.
...pausa riflessiva...
Un mese. Un mese non è tanto. Sono 31 giorni (perché agosto ne ha 31). 744 ore. 44640 minuti. 2678400 secondi. A dir la verità un po' meno, dato che sono arrivato circa alle 8 di sera dell'11 agosto e adesso è da poco passata mezzanotte. Quindi vedete, non è tanto che sono qui.
Pur tuttavia questi 31 giorni mi hanno cambiato. Per prima cosa c'è da dire che mai nella mia vita ho passato un mese lontano da casa. Mai. Ogni vacanza è durata non più di 3 settimane. Quando studiavo a Milano, il weekend ero sempre a casa. Beh, qualche weekend non sono tornato, ma certo non per 4 volte di fila!
Un mese lontano da casa è comunque già sufficiente per vedere cambiato il proprio stile di vita. Cibo, vestiti, affitto, lavatrici, pulizie... Ogni giorno ci devi pensare tu. TU. Certo, anche chi vive in appartamento per l'università durante la settimana ha di questi problemi (e li ho avuti anch'io), ma quando il weekend torna a casa, ci sono i genitori che pensano alla spesa, alla macchina, alle pulizie. O almeno in parte. Vivere da solo 7 giorni su 7 è davvero tutta un'altra cosa. Intendiamoci, non è una mission impossible, ma ti cambia profondamente. Tutti, si spera, ci passano prima o poi e adesso posso dire di esserci passato (e di starci passando tuttora...scusate l'espressione cacofonica) pure io. Anche se ancora devo trovare i ritmi, i tempi giusti. Ma credo di avere tutto il tempo per imparare nei 3-4 anni che ancora mi attendono qui nella patria dello zio Sam.
Ma bando ai discorsi filosofici e generali (non che generalistici) e veniamo alle esperienze più personali. Come sono stati i primi 30 (o 31, che dir si voglia) giorni ad Atlanta? Tagliamo la testa al toro: sono andati bene. Meglio di quello che pensavo.
Innanzitutto, come ho già detto in un post precedente, la qualità del cibo, grande spauracchio di molte persone allorquando (oggi sono proprio in vena forbita) si parla di America, non è male. Intendiamoci, io trovo sublime un kebab pesantissimo con doppio ripieno di cipolle e ritengo un capolavoro di arte culinaria il panino salamella-cipolla-doppio peperone che il merda di turno ti rifila fuori dalla discoteca o fuori dallo stadio, quindi forse non sono la persona più adatta a giudicare la qualità del cibo. Ma le marmitte ai ferri o le "puppette di medda" fanno schifo pure a me. Ciò nonostante ho gradito il cibo americano (soprattutto quello aggratis, ma questa è un'altra storia) e, udite udite, ho persino gradito una (perché una ne ho provata) delle salse da barbecue che mettono sulla carne. Certo, uno spiedo di mio zio o una pasta fatta da mia madre batterebbero qualunque piatto americano anche se i giudici avessero il naso tappato e le papille gustative dilatate (cit.), ma forse è solo questione di gusti. Del resto, non si può pretendere che i sapori siano gli stessi (e per fortuna!). Ma sono di una diversità che è comunque buona o, quanto meno, commestibile.
Anche la lingua comincia a essere più familiare ora. Certo, non la parlo come David Letterman o Morgan Freeman, ma devo dire che a volte mi sorprendo a fare frasi relativamente lunghe senza fermarmi per pensare a come si dice in inglese una certa parola o una certa espressione. Per me questo (l'assenza di pausa ogni 5-6 parole per pensare a come tradurre le seguenti) è il segno che la lingua sta cominciando ad essere assorbita. Ancora meno problemi li ho nell'ascoltare. Non perché il mio vocabolario si stia ampliando "a buso", ma perché riesco a
decifrare in tempo reale alcuni
suoni emessi dalla popolazione indigena, o ancora peggio dagli stranieri che paiono aver sviluppato una loro propria versione dell'inglese. L'unica versione dell'inglese ancora quasi completamente a me oscura è quella parlata dagli African-Americans (guai a chiamarli black o Afro-American, sarebbe come dir loro "negri"!). Io mi sforzo e qualche passo avanti l'ho pure fatto (spero); ma la loro pronuncia è davvero complicata e devo sempre chiedere di ripetere almeno una volta. Ma per essere il primo mese, non posso lamentarmi. Del resto, anche qui, ho abbastanza tempo davanti per imparare.
Il capitolo università. E' davvero un ottimo ambiente. L'organizzazione è molto buona e molti professori sono di ottimo livello. I corsi che sto seguendo sono interessanti in linea di principio, ma piuttosto noiosi in pratica, in quanto due di essi (per i curiosi, Complex Analysis e Partial Differential Equation) ricoprono argomenti già ampiamente visti. Li ho scelti principalmente perché ero obbligato a seguire tre corsi, oltre al fatto che speravo che, essendo trattati da professori completamente diversi da quelli che ho avuto a Milano, mi facessero vedere le cose da un altro punto di vista. Invece, più o meno, siamo sempre lì. Il terzo corso invece (sempre per i curiosi, Matrix Analysis) è più interessante, in quanto mi permette di approfondire un ambito poco sviluppato nel mio passato accademico; tra l'altro un ambito che potrebbe rivelarsi molto importante per le applicazioni numeriche che dovrò studiare nella mia ricerca. Ai tre corsi si aggiunge il corso di inglese che devo seguire per i motivi spiegati in un precedente post.
Ma i corsi non sono l'unico impegno accademico. Essendo stipendiato e finanziato dalla Graduate School (la scuola di dottorato, potremmo dire), mi tocca ricambiare facendo Teaching Assistantship, ossia assistenza alla didattica. In particolare, due ore la settimana devo aiutare studenti dei primi corsi di analisi (ah, quanti ricordi..."vado?"-"vada!", cit.) che hanno problemi e si presentano con esercizi o nozioni che fanno fatica a digerire. In più devo anche fare 2 ore di ricevimento e valutare i quiz (delle prove settimanali o bi-settimanali assegnati in classe agli studenti e poi tenuti in leggera considerazione per il voto finale) per un altro corso di analisi (il cui docente, per altro, è pure italiano, dello stesso gruppo di ricerca di cui faccio parte io...e si chiama Luca pure lui!).
Lo so, lo so. "E le ragazze?", starete chiedendovi voi, vero? Beh, diciamo che da quando sono riprese le lezioni, il campus si è ripopolato e, come ci insegna la legge dei grandi numeri, qualche bella ragazza ha fatto capolino (scusate, ma volevo usare una volta nella mia vita quest'espressione) nelle aule dell'università. Ovviamente, nessuna di queste fa corsi con me o divide con me l'ufficio. Ma devo dire che il discorso non mi tocca più di tanto. Non per fare l'asceta o il monaco casto, ma al momento non sento la spinta primaverile e iuvenile verso l'altro sesso. Niente bisogni animali di accoppiamenti selvaggi con stallone americane, quindi, né agguati serali a inconsapevoli vittime. Ma, in ogni caso, le ragazze carine non mancano e questo non può che portare un bel + sul registro all'università.
Bene, direte voi, quindi lì va tutto bene, nessun problema, avanti così!...Sì, è vero, le cose vanno bene e spero continuino così. Ma la nota negativa c'è sempre. E come avrete intuito, è la mancanza di casa, della famiglia, degli amici, delle persone care. È come un vento che comincia a soffiare la sera e diventa impetuoso prima di andare a dormire. Ci sono persone che sono entrate (chi prima, chi dopo) nella mia vita e so che non ne usciranno mai, volenti o nolenti. So che 10000 (o quello che sono) km di distanza non ci separano totalmente. Pur tuttavia, certe sere pagherei di tasca mia per averli in parte anche solo un'oretta (anche se so che non mi basterebbe), per parlare, per abbracciarli, per ridere insieme, per berci un pirlo, per giocare a super scopello, per guardarci un film (ok, in questo caso servirebbe un po' più di un'ora), per passare, come sempre è stato, bellissime serate. E ci sono persone la cui mancanza è forte, quasi struggente. Persone con cui ho condiviso tanto e che non sanno quanto mi piacerebbe riavvolgere le lancette del tempo per poter rivivere quei momenti. Ma poi penso che riavvolgendo il tempo dovrei rivivere la separazione, l'addio. E allora torno a concentrarmi sul presente, cercando di viverlo al meglio, ma sempre con un occhio (facciamo due, va') al tempo che mi separa prima di poter rivedere quel viso o quel sorriso o quella faccia da pirla.
Cumpà, vi porto tutti qua, dieci centimetri sotto la spalla, quella sinistra. Un mese è passato, ma per me nulla è cambiato. Siete sempre le persone più care. Siete sempre casa mia.
In fede, dott. Ing. Bertagna